Re: gli altoatesini
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Re: gli altoatesini         

Group: italia.napoli.discussioni · Group Profile
Author: orpheus
Date: Aug 2, 2008 14:30

Peppino La Chiavica wrote:
> Blow Giobbe
>>> Cercano riparo dai tarrunz. Como biasimarli?
>> poveri illusi, il germe napuligno è inarrestabile!
> Meglio metterci della distanza in mezzo. Napule è como la peste
> bubbonica.

Dopo duemila anni tutto si è stratificato a Napoli, niente si è disperso; e
tutte le civiltà che hanno fatto la civiltà napoletana sono vissute in un
eterno presente per i Napoletani. Nelle pietre stesse delle sue case, base
greca, sormontate da mattonelle romane, parte di muro angioino, scale, balconi
spagnoli, nella sua struttura urbana Napoli non è cambiata.

Dei Greci venuti da Ischia, via Cuma, i Napoletani hanno la finezza di
spirito, quest' arte "lianesca" di "arrangiarsi" con coraggio ed ironia in
tutte le situazioni, per le cose e per le persone, per carpire una parte di
fortuna - e spesso, più semplicemente il suo chilo di pasta: in questo caso il
Napoletano "tira a campà": egli tira il diavolo per la coda, e giunge a
venderla per vivere, se serve; il culto di Hermafrodite è pratico per il
cardinale arcivescovo di Napoli, il papabile Mgr. Ursi, nella sua foga
bacchica nel venerare le "semestrues"di Gennaio, san Gennaro, il santo patrono
di Napoli, che sanguina ogni sei mesi, che sanguinava, all'origine, tutti i
mesi; il culto di Priapo è pratico per l'intero popolo di Napoli nel toccare,
parecchie volte al giorno, famosi corni portafortuna; la conversazione
quotidiana, negli ipogei (tombe sotterranee) delle chiese soprattutto, con i
morti; e questa gioiosa vivacità ellenica di ogni istante.

Degli Spagnoli, che occuparono la città per tre secoli di continuo e
portarono, all'inizio del XVI secolo, con loro la "camorra" -un folle di corte
venuto dalla Spagna, chiamato Camillino Grande Dente, stabilì le regole
immutabili delle società segrete- essi sono l'onore cruento, la passione, il
fuoco negli occhi e nelle azioni, una follia stravagante o la voluttà di
vivere che si esalta affrontando la morte violenta.

E questi potenti intrecci greci e spagnoli, visibili ad occhio sulla carne e
sulle pietre, sono venate di influenze egiziane, normanne, angioine. Così, per
prenderne qualche esempio, qualche anno fa, un Napoletano ha scelto per
sepolcro una piramide; un altro, una tomba maestosa coperta di sculture
egiziane e la si vede, nel mezzo del cimitero di Poggioreale, immensa città
dei morti, con i suoi immobili, le sue portinerie, le sue strade , dove
stridono i pneumatici delle vetture lanciate a tutta velocità tra il commercio
pirata dei fiori - gli stessi mazzi bagnati di lacrime del lutto sono portati
via, il giorno stesso, da vicino al cadavere, per gioire di un matrimonio e
far brillare di lacrime di gioia-, città dei morti, appolaiata al di sopra
della città dei vivi che dissotterrano i loro cari defunti per pulirne
amorevolmente lo scheletro, dove si vede vicino alla croce di Cristo il muso
appuntito d'Anubis: come, nelle catacombe di San Gennaro, si drizza
all'improvviso
un enorme fallo, dio della resurrezione che va d'accordo con il Cristo
resuscitato.

Niente esprime profanazione, per i Napoletani: semplicemente, naturalmente,
essi vivono tutte le civiltà che li hanno fatti, nella più perfetta armonia -
essi vivono la loro civiltà e divorano ogni giorno secoli di Storia, con
un'oscena
golosità, una golosità del quotidiano tutto pagano.

Ma l'ipertollerante civiltà napoletana, che assorbe con dolcezza gli invasori
venuti da Oriente e da Occidente, come una donna il suo vincitore vinto dal
piacere, e li fonde nel suo lussureggiante crogiuolo, ha saputo scartare, con
agilità e determinazione, ciò che poteva mutilare la sua molteplice ed unica
identità.

Mai l'Impero romano potentissimo ha potuto imporre la lingua di Roma ai
Napoletani: e, per tutta la durata della dominazione romana, tutti gli atti
ufficiali provenienti da Napoli erano redatti in greco.

Mai, fatto unico al mondo, l'Inquisizione ha potuto mettere piede a Napoli. Né
i " Verdiglioni", là dove il suicidio è tanto raro quanto uno sbarco di
Marziani.

I Napoletani sono gelosi della loro libertà, e preferiscono vivere nudi e
liberi piuttosto che coperti d'oro e minacciati di persecuzioni. Proverbio:"
Tre sono i potenti: il re, il papa e chi non ha niente". E tutti i poveri
muoiono a Napoli, sparendo nelle viscere della città. La vera aristocrazia
napoletana, da Masaniello ai nostri giorni, è stata sempre la plebe, che ha il
genio selvatico e familiare dello spreco e dell'eccesso.

E' allora che Napoli la miserabile spogliata di tutto, asservita militarmente,
politicamente, economicamente, si burla dei potenti, fino a quelli
dell'attuale
repubblica, sceglie la nudità dell'anarchia ove è il rischio dei commerci
"sommersi", cioè illegali, e lascia la pompa dello Stato, quest'osso da
rosicchiare senza polpa di vita, a quelli che si sono accaniti a cambiare il
mondo al prezzo della bontà del mondo.

Lo spirito di Diogene regna profondamente nel cuore di Napoli che mostra con
ironia alle nazioni conquistatrici, agli spiriti competitivi, che tutto è
vanità al di fuori dell'improduttivo piacere di vivere- quando il cieco e
l'onnipotente
furore tellurico minaccia, ogni giorno, ogni notte, di ridurre nello spazio di
qualche secondo l'uomo in un fantasma cinereo e la città allo spessore di una
pizza rimbalzante sul mare; quando la precarietà della condizione umana si
legge in ogni momento nella gioia collettiva di ritrovarsi ogni mattina
l'occhio
festoso per questo giorno nuovo concesso dagli dei nascosti, si passerà a
adorare la vita-, e vi è più filosofia a far asciugare la biancheria tra le
braccia di due statue barocche che a rinchiudere queste stesse statue in un
museo; a rinforzare la sua casa rovinata con una colonna greca, piuttosto che
proteggere dalle intemperie le preziose scanalature delle stesse vestigia; a
fare un forno di pizzeria con i residui mattoni di un muro romano, piuttosto
che restaurare questo campione di un tempo come un moncone sulla tomba di un
impero defunto; ad abitare il centro antico che è pietra viva, piuttosto che
farne un ghetto di pietre morte per archeologi ghiotti di civiltà scomparse.

Napoli unisce in un modo osceno il suo presente, il suo passato, presente e
passato giacciono insieme senza tregua; Napoli vive il suo presente nel suo
passato, come un adulto il quale non ha mummificato il bambino che era e farà
lo sberleffo al mondo formalista.

Respinta come un bubbone dal Nord dell'Italia, odiata come capitale dei
Borboni dal Sud, nella migliore delle ipotesi, incompresa, e, di conseguenza,
disprezzata dal Nord e dal Sud, Napoli vive con fierezza una civiltà a parte,
la civiltà dove continua a vivere, nel vecchio mondo moderno, l'infanzia dei
popoli.

Viziata dall'eccesso di civiltà, se ne ride della ragione, prendendo in giro
lo spirito serio, di una risata sgonfiante certe ambizioni da palloni
gonfiati, Napoli, dove non è vincitore che l'amore, dove l'adulto non uccide
il fanciullo, dove il fanciullo non è mai artificioso, è un popolo di
fanciulli che gioca la sua vita nell'ultimo luogo di divertimento d'Europa, e
sventa, nella sua saggezza millenaria, obblighi, misure meccaniche del tempo-
i rari orologi pubblici a Napoli indicano le ore più fantastiche ed è con
diffidenza che vi domandano, per la strada: "Sapete l'ora?" (e mai: "Avete
l'ora
esatta?"). L'ora, misurata come scienza malefica di un altro mondo, come il
calcolo meschino del grigiore di vivere decisioni e scelte.

Popolo di fanciulli, di fanciulli re delle metamorfosi (inventare la propria
vita ad ogni levar del sole), trasgressori per l'immaginazione creatrice:
popolo- artista per il quale la vita adulta è la continuazione naturale
dell'infanzia.

Capriccio stupefacente della natura e della cultura, Napoli ha mille
sofferenze, così come un artista in piena creazione, chiuso in sé, crea se
stesso ogni giorno, immenso, magnifico, sublime partenogenesi partenopea, come
capolavoro d'arte tormentata ed immortale, come il capolavoro irradiante ed
unico dello stravagante sfacciato"".
1986, Jean-Noél Schifano
"L'obscène séduction",
edito da Gallimand
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