Mi dispiace, ma non mi commuovo per il Dalai Lama!
di Massimiliano Ay *
Un treno veloce collegherà a breve il Tibet al resto della Cina: l'arrivo
della piena modernità agita chi coltiva progetti restauratori per quella
regione del mondo in cui da cinquant'anni anche le donne finalmente vanno a
scuola. C'è da constatare come a volte i fumi di certi incensi siano volti,
più che alla purificazione dello spirito, all'annebbiamento della
comprensione degli avvenimenti. Certo si è sempre contro violenza e
repressione, ma che cosa è successo in Tibet? Gruppi di nazionalisti
tibetani hanno assaltato non i luoghi del potere politico, ma i negozi dei
commercianti cinesi. Morti e feriti si sono verificati tra tibetani e
cinesi. Può tutto questo essere ricondotto alla solita tesi dei cattivi
cinesi e dei poveri monaci? Credo di no! Siamo tutti d'accordo nel chiedere
al governo cinese moderazione nella gestione dell'emergenza, ma l'isteria
del "Free Tibet" spopola sui media occidentali facendo passare informazioni
palesemente distorte per abituare l'opinione pubblica a vedere nella Cina il
futuro nemico dell'Occidente: prima c'erano i sovietici, ora gli
integralisti islamici, fra un po' i cinesi, che oltre a dirsi comunisti sono
anche dannatamente capaci sul fronte economico, ponendo seri problemi al
dominio nordamericano. La Sinistra occidentale, come spesso accade, ormai
del tutto disarmata da quel metodo scientifico di analisi che è il marxismo,
si lascia prendere da facili emozioni pseudo-umanitarie e si scaglia senza
riflettere contro il bastione cinese che non si arrende al mondo unipolare.
La storia della "repressione" è però un'altra e va raccontata anche se è
impopolare.
Riabilitare i nazi.
La storia di quella terra la conosciamo in parte grazie al film "Sette anni
in Tibet". Un film di parte, basato sul libro di un certo Heinrich Harrer,
un nazista austriaco che durante la seconda guerra era in amicizia con l'artistocrazia
tibetana: il colonialismo hitleriano infatti in quel periodo era in
competizione con quello inglese. Un film incentrato sul racconto di un
nazista che viene sdoganato e lodato nella sale cinematografiche e nelle
scuole dei nostri paesi democratici: che grande esempio di civiltà !
Il santone
E in tutta questa storia campeggia una figura spirituale amata da tutti gli
occidentali in cerca di una identità "alternativa": il Dalai Lama, che vive
di un vitalizio finanziario gentilmente concessogli dal governo di
Washington. Il suo metodo viene definito gandhiano, nonviolento e pacifista.
Strani aggettivi per uno che sosteneva i bombardamenti della NATO contro la
Jugoslavia! Ma al di là di ciò, questo signore è ben strano, è contro l'aborto
e denuncia i gay, è nostalgico di un sistema dove vigeva la schiavitù, dove
non si consideravano le donne quali esseri umani ma le si facevano dormire
con gli animali, dove si gestiva una società autoritaria e teocratica basata
sulle caste, dove le scuole non esistevano così come gli ospedali, e dove i
figli dei contadini erano registrati come oggetti appartenenti al monaco di
turno. Non è neppure necessario definirsi maoisiti per capire che i
contadini tibetani hanno sostenuto l'Armata Rossa nel 1950, accogliendo con
soddisfazione la ridistribuzione delle terre e l'abolizione della societÃ
feudale, piuttosto che il Dalai Lama che vive(va) a spese degli altri. Le
riforme di Mao hanno portato all'innalzamento dell'età media della
popolazione, alla costruzione di una rete viaria e di una rete educativa
primaria e professionale in cui la lingua d'insegamento è il tibetano.
Perché non si dice cosa era il Tibet prima della Rivoluzione? Da quando dei
democratici - ancorché non comunisti - si mettono a difendere una societÃ
autocratica come quella lamaista? Perché non si dice che il Dalai Lama fu
costretto ad andarsene anche a seguito di una rivolta popolare contro la
schiavitù?
L'invasione fu davvero invasione?
Si dice comunemente che la Cina maoista invase il Tibet. E giù tutti a
gridare che anche i comunisti sono dei colonialisti. A dire il vero, però,
il Tibet è da quasi mille anni una provincia cinese: solo dopo il 1949, anno
della costituzione della Cina rivoluzionaria, gli Stati occidentali, USA in
testa, iniziarono a interessarsene (in funzione anti-Pechino), creando in
seguito degli eserciti controrivoluzionari. Come diceva bene il 9 gennaio
2000 sul quotidiano "Il Manifesto" Enrica Collotti Pischel: "Non ha alcun
senso dire che la Cina conquistò il Tibet (.); nel 1950 le forze di Mao
completarono in Tibet il controllo sul territorio cinese; nel 1951 fu
raggiunto un accordo con il Dalai Lama per la concessione di un regime di
autonomia. Verso il 1957, nel pieno dell'assedio statunitense alla Cina, i
servizi segreti inglesi e americani fomentarono una rivolta dei gruppi di
tibetani (.); i cinesi repressero certamente la rivolta con pugno di ferro:
nelle circostanze internazionali nelle quali si trovavano e nel loro
contesto etnico non era razionale pensare che si comportassero diversamente.
(.) Sullo sfondo della rivolta, il Dalai Lama dichiarò decaduto l'accordo
per il regime autonomo e fuggì con la maggioranza della classe dirigente
tibetana in India, dove costituì un proprio governo in esilio e il proprio
centro di propaganda. (.) Recentemente la CIA (.) ha ammesso di aver
finanziato tutta l'operazione della rivolta tibetana." Ma allora, la Cina
popolare cosa ha fatto di tanto "riprovevole"? Non solo ha portato diritti
sociali ai contadini tibetani che prima erano schiavi del Dalai Lama, ma ha
concesso al Tibet uno statuto di autonomia che garantisce la loro lingua, la
loro cultura e la loro religione.
Una strategia imperialista
Usciamo dal discorso buonista cui siamo abituati: sappiamo che il "dividi et
impera" è una strategia tipica dell'imperialismo, utilizzata spesso dagli
USA, i quali stretti da recessione e declino, operano per frantumarne l'unitÃ
della Cina e fomentare guerre civili etniche con gruppi terroristici
appositamente addestrati e una asfissiante propaganda unita a qualche
messaggio religioso. Si alimentano quindi i nazionalismi e gli integralismi
religiosi non solo in Tibet, ma anche nello Xingian (provincia cinese a
maggioranza turca): questa strategia l'abbiamo già vista applicata nella
ex-URSS e nella ex-Jugoslavia, paesi che per quanto criticabili sotto
determinati aspetti, erano sovrani e favorivano un mondo multipolare.
Eppure, nonostante questi fatti, tutto viene confuso con quello che è
diventato un dogma: il "diritto all'autodeterminazione dei popoli" che nel
caso concreto è orchestrato all'estero! Per dei comunisti vale il metodo
marxiano di analisi dello stato di cose presenti. Non vedere come certi
princìpi, nell'evoluzione della realtà , possano diventare strumenti
reazionari, significa abbandonare di colpo ogni base filosofica
materialista-dialettica.
(*) Massimiliano Ay è membro del Comitato centrale del Partito Svizzero del
Lavoro e gestisce il blog:
http://www.sisa-info.ch/ay