Medea a Palermo con Chiara Taigi
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Medea a Palermo con Chiara Taigi         

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Author: Albert Herring
Date: Nov 1, 2007 03:10

Copio e incollo dal mio blog (http://
eleutherapokrisis.blog.tiscali.it)

Tra le tragedie del repertorio attico, confesso che la fortuna toccata
a Medea mi lascia in parte indifferente. Opera femminile quant'altre
mai, è stata saccheggiata prima da Ovidio e poi, quasi con lo stesso
principio ma in una realtà totalmente diversa, è stata restituita al
teatro nell'età aurea della drammaturgia francese, per approdare
finalmente, agli albori del Romanticismo, sui pentagrammi di Luigi
Cherubini. Forse proprio in questa riscrittura, la maga feroce e
l'amante disperata trovano la loro più alta sublimazione in un'armonia
che sa comprenderle entrambe. La musica è perfetta, introduce non al
dramma, come sarà nell'800 italiano, ma proprio alla tragedia, con una
seduzione, con una dolcezza, con una ferocia di cui, se escludiamo
Mozart, non conosco il pari. E c'è molto Mozart, in questa partitura,
c'è il Sarastro del Flauto magico e l'incombenza minacciosa della
vendetta del Don Giovanni, c'è tutto il Mozart sublimato nella
Clemenza di Tito e nel Requiem.

Se si esclude la difficoltà vocale, ma non c'è ragione perché questo
accada, non si capisce come un tale capolavoro, maestoso e
raffinatissimo, sia rimasto tanto a lungo lontano dalle assi sceniche.
E, nello stesso tempo, stupisce che dopo l'impareggiabile Callas
(anche quando la rivale più diretta si chiamava Leyla Gencer) ci sia
qualcuno che voglia cimentarsi con un ruolo che massacra le interpreti
e ne richiede le più consolidate qualità attoriali. La serietà, quasi
la venerazione, con cui il soprano in genere si accosta a quest'opera
produce comunque i suoi frutti. Frutti che ho colto più di due anni
fa, quando vidi questa stessa regia di Yannis Kokkos a Parigi con
protagonista Anna Caterina Antonacci. La stessa Antonacci, che allora
fu un'ottima protagonista, ha rinunciato ora a Palermo alla sua
titolarità, sì che la sua collega Chiara Taigi è stata promossa al
primo cast. Era da tempo che aspettavo di vedere dal vivo questo
soprano, l'ho solo ammirata in spezzoni del Peter Grimes e in una
famosa edizione del Corsaro di Lecce, letteralmente innamorandomene.

Ma Chiara Taigi, dal vivo, è ancora un'altra cosa. Sa essere
dolcissima, supplica Giasone, ma come una tragedienne raciniana, passa
con lampi di stupefacente disinvoltura a un furore, a un'energia che
colpiscono, anche a prescindere dal fatto che, sola, ha affrontato
tutte le recite. Ci sono degli accenti, delle note, delle parole che
si imprimono nella memoria, dei sussulti che regala, non perché
all'improvviso è invasata da chissà quale demone, il suo personaggio
non smette mai di essere sulfureo, ma perché rivela un'altra faccia di
se stessa nell'aspro agitarsi delle sue emozioni. Versante scenico e
versante vocale si saldano alla perfezione: forse si dovrebbe ancora
lavorare un po' sull'omogeneità del volume, ma in un contesto del
genere, sei repliche in dieci giorni, non posso valutare con
obiettività una simile considerazione. Tra l'altro, è un fatto che
domenica pomeriggio, a ridosso della recita della sera prima, ha
saputo condurre uno spettacolo commovente e stracolmo di emozioni,
mentre già il mercoledì, dopo due giorni di pausa, c'era molta più
omogeneità e rilassatezza del fiato, a parità di carica ed energia
drammatica. Aggiungo pure, che non è da poco, l'incombere funesto e
reiterato dello sciopero dei tecnici del Teatro Massimo, che hanno
costretto la cantante ogni volta a reinventare la presenza scenica
sulla base delle luci e delle risorse disponibili. Non sono io a
doverlo dire, ma l'artista c'è, ed è di razza.

Lo si vede anche dai duetti con Giasone, sempre tersi, di un'eleganza
sublime, ma mai astratti. Chiara Taigi e Rubens Pellizzari duettano
benissimo, manifestando un non comune riscontro in termini di vigore e
carica drammatica. Ho trovato la voce del tenore qua e là
singhiozzante, non sempre ineccepibile, ma sicuramente adatta al ruolo
e considero il cantante capace di perfezionarsi fino a fare di Giasone
un suo cavallo di battaglia: c'è il piglio, c'è il fiato, c'è tutto il
personaggio e c'è anche il timbro, sarò felice di sentire ancora
Pellizzari, se vorrà tornare a Palermo. Un discorso analogo va fatto
per la Neris di Agnes Zwierko: i suoni sono un po' fissi, ma
l'interpretazione dell'aria del secondo atto nell'insieme mi ha
convinto senza riserve. C'è da dire che Solo un pianto è forse l'aria
più bella dell'opera, con quella struggente, inarrivabile introduzione
del fagotto, e comunque rimane una delle più belle prove mai scritte
per un registro contraltile alto. Meno ottimista sono, purtroppo,
sulla Glauce di Daria Masiero: quel che difetta al suo personaggio non
è l'interpretazione teatrale o il volume, ma il timbro e le agilità. E
se sul primo si sorvola volentieri, perché non era così ingrato da
meritare la freddezza ostile del pubblico, sulle agilità proprio non
si può non fare un appunto. Intendiamoci: Amor, vieni a me è una vera
crudeltà all'artista che deve interpretarlo. O forse un omaggio
insperato: un'aria davvero stupenda, ma difficilissima, molto lunga e
proprio a inizio dell'opera, intessuta dal dialogo col coro, come dire
ci vuole una cantante di primissimo livello per tenerla in scena non
più di un quarto d'ora nelle prime battute e poi addio, se non sparute
comparse e controscene. Ci vuole, né più né meno, una Regina della
Notte, più ancora che una Lucia, e credo che sia proprio il repertorio
meno adatto alla Masiero, la cui vocalità vedo più legata al secondo
'800. Un po' più mi ha convinto Felipe Bou, un Creonte non maestoso,
senz'altro, ma onesto e parecchio presente a se stesso e al suo ruolo,
anche se per Pronube dive e il dialogo con Medea avrei preferito, ma
sono gusti personali, una voce più bronzea, meno opaca, luminosa come
il velario d'oro sul cui sfondo canta.

E a proposito di sfondi e dinamiche sceniche, l'irriducibile sciopero
perenne che oltraggia uno dei teatri più grandi e finanziati d'Italia
rende vana anche solo l'idea del confronto con la medesima regia di
Yannis Kokkos allo Chatelet di Parigi. Mi pare di vedere uno
spettacolo in sé più compiuto, ma certo il meccanismo claudicante di
entrate e uscite, il disegno delle luci così importante in una
produzione del genere, la gestione delle quinte non può reggere il
passo con lo spettacolo così come l'ho visto la prima volta, fatto
salvo, forse, il terzo atto, senz'altro il più suggestivo. Splendido
il costume di Medea al primo atto, velluto blu scuro intensissimo e
mantello nero. Adeguati, in genere, tutti gli altri abiti, soprattutto
se si considera la fattura tra neoclassica e romantica della musica di
Cherubini e della regia di Kokkos. È molto più facile, e gratificante,
valutare l'operato di Bruno Campanella, che non solo ha diretto con
competenza e precisione la partitura, ma ha anche saputo interpretare
la partitura dando risalto a dinamiche timbriche e armoniche di tutto
rilievo: Campanella guida con sicurezza una massa orchestrale che, non
lo si ripete mai abbastanza, quando c'è un direttore suona in modo più
che decoroso, e sostiene i cantanti nel loro lavoro su personaggi e
linee canore. E che sia proprio il podio a guidare il trionfo
dell'opera la dice lunga sull'ammirazione che Brahms e Wagner
nutrivano per un'opera, nel suo genere e nella sua originalità,
davvero perfetta.

Un abbraccio di ritorno,
Albert Herring
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