Enrico wrote:
> Alla fine sono riuscito a vederlo!
> Non mi è dispiaciuto e l'ho trovato molto interessante.
> Purtroppo non ho colte le sfumature in quanto il Mulo me l'ha regalato in
> lingua originale (in francese e tedesco).
> Sintomatico l'approccio coi giovani allievi ad un corso (credo) di
> perfezionamento.
> Celibidache e Bruckner rimangono per me un binomio di riferimento assoluto.
> Un documentario che conserverò e sicuramente rivedrò.
> Qualcuno sa dove si trova il "Jardin"?
Tempo fa il documentario fu dato, nelle lingue originali e con
sottotitoli in italiano, dalla RTSI di Lugano. Tramite un amico svizzero
lo abbiamo fatto registrare; purtroppo però fu spezzato in due puntate e
ieri sera sono riuscito a trovare solo la prima parte.
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Il documentario è ottenuto riunendo insieme materiale filmico di diversa
provenienza. Interviste a Celibidache, spezzoni di prove e di esecuzioni
di vari brani, ampi estratti di lezioni di una "master class" (uso le
virgolette in senso ironico) di direzione d'orchestra, il tutto legato
con immagini di Celibidache nel suo giardino.
Ora, non so se questo materiale, tutto sommato eterogeneo, dia una reale
panoramica di come fosse Celibidache. Io mi limito a commentare quello
che vedo e che sento (nella speranza di ritrovare anche la seconda parte
del video). Le immagini del giardino sono le più innocue, e tutto
sommato trascurabili. Fra il venerabile vecchio Celibidache che
accarezza il suo cane e mia zia che accarezza il suo cane, non vedrei
una sostanziale differenza di interesse; si tratta di semplici
riempitivi visivi (anche se sono quelli che danno il nome al film).
Le immagini delle prove e delle esecuzioni sono meravigliose.
Celibidache era un direttore splendido, anche se sospetto che non si
attenesse lui stesso ai principi che enunciava per i suoi allievi (si
veda, per esempio, lo spezzone del Requiem di Mozart dove il Rex
tremendae majestatis è talmente lento che, dalla scansione suddivisa in
otto, occasionalmente arriva a battere il sedicesimo). Però, signori,
giù il cappello: siamo di fronte ad un direttore di genio, personalitÃ
ed esperienza, ed implacabile nel correggere i difetti anche minimi.
Le interviste, nella prima parte almeno, mi sembrano non particolarmente
significative.
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Concentriamoci ora sugli spezzoni delle lezioni di direzione
d'orchestra: alcune prove pratiche di direzione con orchestra e
quartetto, ed alcuni discorsi teorici. Ora, ricordo che dalla prima
visione del filmato ricavai una profonda irritazione che, tutto sommato,
trovo confermata dalla seconda visione di ieri. E vado a spiegare i
dettagli.
Prima di tutto, spieghiamo il milieu di queste lezioni. I corsi di
direzione d'orchestra in conservatorio danno solamente una formazione di
base. Ben raramente si può fare una esperienza significativa di
direzione, se non altro per le limitazioni pratiche. Dopo il diploma ci
sono i corsi di direzione come quello che vediamo in questo spezzone, e
certamente Celibidache è un grosso nome rispetto a quelli che si vedono
in giro. Questi corsi sono frequentati di solito da gruppi di giovani di
bell'aspetto e portafogli profondo (l'aspirante direttore d'orchestra
deve potersi mantenere senza lavorare per diversi anni mentre va in giro
per il mondo a cercare lezioni ed esperienze). Questo nella speranza di
conoscere un nume della direzione, diventarne assistente - il che vuol
dire per lo più portaborse, altri anni di lavoro non retribuito - nella
speranza o che una situazione di emergenza o che una segnalazione possa
costituire il tanto desiderato lancio.
Non vorrei essere severo con questi ragazzi, ma trovo che la maggior
parte di loro abbia una preparazione musicale assolutamente
insufficiente. Le deficienze sono a monte ancora degli studi di
direzione: a mio parere è illusorio pensare che chi non ha compiuto dei
seri studi di uno strumento, e non abbia o una esperienza di qualche
anno con una orchestra di alto livello, oppure l'esperienza del maestro
collaboratore in teatro, possa seriamente aspirare a dirigere una
orchestra in maniera significativa. Ci sono certamente le eccezioni, ma
sono casi isolati.
Il fraseggio musicale, l'intonazione, il plasmare il suono contemperando
le necessità tecniche degli strumenti con l'orientamento della frase
musicale, sono questioni troppo complesse che si studiano solo lavorando
sui pezzi di musica con il proprio strumento per anni e anni, facendosi
strada attraverso il repertorio; non possono essere risolte con il poco
che si può dire - a voce - in un corso triennale di direzione in
conservatorio, e a maggior ragione in una master class di durata
limitata. I libri del Sevcik sui colpi d'arco del violino - si prende
uno studio di note in movimento uniforme e vi si applicano 500 varianti
di fraseggio, da studiare religiosamente fino alla formazione di una
tecnica dell'arco insieme esatta e libera da costrizioni meccaniche -
costituiscono una palestra formativa che è nel patrimonio di qualsiasi
violinista serio e che non può essere sostituita da pochi generici
discorsi. Similmente, l'esperienza di come si conduce una prova -
l'interazione fra direttore e strumentisti, sia su questioni musicali
che su questioni psicologiche e anche caratteriali - si vede assistendo
ai grandi direttori che provano per un po' di anni, non la si può
trattare in un volumetto o in un discorsino.
Prendiamo le sequenze iniziali. Un paio di candidati tentano di dirigere
con visibile impaccio uno spezzone della Jupiter e Celibidache li
insolentisce, uno arriva quasi alle lacrime. C'è motivo di insolentirli:
quello con la camicia rosa fa dei movimenti inconsulti, e buon per lui
che ogni tanto, in una inversione di ruoli, è l'orchestra a riportare il
direttore in tempo. Tuttavia, insolentirli è del tutto inutile. A mio
parere un insegnante onesto li prenderebbe da parte e direbbe loro:
ragazzi, trovatevi un mestiere e non perdete ulteriormente tempo nella
direzione d'orchestra, perchè siete visibilmente inadeguati: non fatevi
troppe illusioni. Senza bisogno di urlare e tuttavia con l'onestà di non
ingannare un giovane con prospettive impossibili. Oltretutto, chi
accetti di farsi insolentire anche da un Celibidache, in presenza di una
orchestra e di una telecamera, è caratterialmente inadatto al lavoro di
direzione d'orchestra.
Quando un povero allievo di nome Bertrand (forse) tenta inutilmente di
dirigere un quartetto d'archi, si guardi il lampo malizioso negli occhi
della violinista con i riccioli: la quale sa benissimo che qualsiasi
violinista che si rispetti otterrebbe risultati superiori al povero
Bertrand con un semplice cenno della testa (magari unito ad un respiro
furbescamente preso a tempo - a proposito: ma gli allievi di Celibidache
respiravano?). Il punto non va perso a Celibidache (vecchio volpone) che
adocchia subito la violinista. Però prosegue ad imbottire i ragazzi di
chiacchere. O forse sono i ragazzi che cercano di imbottire di
chiacchere Celibidache, stimolandone l'eloquenza, questo dal film non si
capisce. In definiva, però, la situazione urta per la sua falsità .
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Deliziosa la scena dove Celibidache dice che in un contrabbasso gli
armonici hanno bisogno di un secondo di tempo per formarsi. Prende una
lavagnetta e disegna un ghirigoro (vorrebbe dire una nota di
contrabbasso, perchè un ghirigoro?), continuando a parlare di
epifenomeni. Che cosa succede se si suonano due note di contrabbasso
(due ghirigori)? e se le note sono vicine (altro ghirigoro disegnato
sovrapposto sul primo)?
Ora, sarà che io ho avuto una formazione scientifica e mi hanno
insegnato che i diagrammi devono servire a chiarire le idee, non a
confonderle, ma non ho capito l'utilità dei ghirigori nè della
lavagnetta. E nemmeno degli epifenomeni. Tutto questo per spiegare che
se si suona troppo veloce la chiarezza rischia di andare a farsi
benedire, ma non bisognerebbe suonare così lento da non riuscire più a
sostenere il tempo. (E infatti i compositori, chissà perchè, per il
contrabbasso che ha l'emissione lenta scrivono meno note per il violino
che ha l'emissione più pronta, ma questo Celibidache non lo spiega.)
Ora, se togliamo alla scena il vocabolario ricercato, la lavagnetta con
i ghirigori e l'atmosfera generale di rivelazione religiosa da parte del
guru ai suoi discepoli, abbiamo dei discorsi di semplicità sconcertante;
che tuttavia sembrano persi alla massa magmatica dei discepoli (sguardi
profondi, ma vorrei fare una TAC a tutte quelle teste per verificarne il
grado di pienezza). I discepoli, più che di tanti discorsi, avrebbero
avuto bisogno di qualche annetto di lezioni di canto corale (a cantare,
non a dirigere), di strumento e di musica da camera.
Qui ci vuole un ricordo personale. Molti anni fa, in conservatorio a
Milano facevo parte di un piccolo gruppo orchestrale che serviva per le
esercitazioni dei giovani direttori. Ricordo una volta che si provava la
sinfonia della Norma, e in diversi studenti si dovevano alternare sul
podio a dirigerla. Per l'appunto, il contrabbassista era malato, ed il
professore ebbe l'idea di mettere, a turno, gli stessi allievi che
dovevano dirigere a suonare la parte del contrabbasso al pianoforte.
Avete idea di che cosa sia la parte del contrabbasso della Norma? Una
nota in battere all'inizio di ogni battuta. Sol (due, tre, quattro) Sol
(due, tre, quattro) Sol (due, tre, quattro) Sol (due, tre, quattro).
Una cosa molto semplice e banale. Ma che si rivelò al di là della
portata di molti degli studenti, imbottiti di studi teorici e di
esercizi sul gesto, ma incapaci di suonare insieme agli altri a tempo e
senza perdersi. Anche una cosa semplicissima. Il professore si incazzò
non poco. Ma come, pretendete di dirigere e non sapete suonare nemmeno
una cosa così banale?
Agli allievi, invece, Celibidache dice: "Questa relazione univoca fra
gesto e suono è di natura interpretabile? Di che natura è? Vivibile, può
essere vissuta." E qui si mette a canticchiare.
Signori, io non credo che uno diventi più bravo a dirigere facendogli
questi discorsi. Soprattutto per il rischio che un ragazzo si illuda che
la direzione sia una relazione univoca interpretabile e vivibile, e non
il risultato di un cammino di esperienze di lavoro. Incominciando dal
lavoro più umile, quello quotidiano sullo strumento.
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Meravigliosi, viceversa, sono gli estratti musicali tratti da diverse
prove ed esecuzioni. Anche qui, però, vorrei attirare la vostra
attenzione su un episodio microscopico. Qui ci vuole un po' di
esperienza di che cosa sia la vita in orchestra per capirlo; credo che
allo spettatore non musicista, che non sa che cosa passa nella testa dei
musicisti, il significato dell'incidente vada perso. Rimettete indietro
il nastro e osservate Celibidache provare (meravigliosamente) un pezzo
dove c'è un lungo a solo di ottavino e il suonatore è un ragazzo giovane
e un poco brufoloso, peraltro bravissimo, di nome Uli.
Ora, l'ottavino è uno strumento maledetto - basta un poco di fiato in
meno o in più a prendere una steccaccia perchè è così piccolo, ed
ovviamente si trova in un registro estremamente esposto per cui anche il
minimo errore è tremendamente evidente. Per suonare l'ottavino occorrono
nervi d'acciaio. Il ragazzo suona la sua parte e alla fine Celibidache
gli chiede se abbia paura. Ora, è difficile immaginare una domanda più
inopportuna. Se il ragazzo non avesse paura, è la maniera di fargliela
venire. (Ricordo ancora un cornista che eseguì meravigliosamente in
tutte le prove il difficilissimo attacco nel secondo movimento della
quarta di Beethoven. Un GRANDE MAESTRO si complimentò con lui davanti a
tutta l'orchestra, raccomandandogli di suonare senza preoccupazioni e
che se scrocchiava al concerto non importava perchè tutti avevano
sentito come lo sapeva suonare bene: con questo credendo di fargli
coraggio. Invece da allora il cornista non riuscì più ad azzeccare
quell'attacco nemmeno una volta).
De Crescenzo divide l'umanità in uomini d'amore e uomini di potere: e i
direttori d'orchestra tendono ad essere uomini di potere. Ora,
l'osservazione di Celibidache a Uli sembra la tipica osservazione
dell'uomo di potere: in questa maniera il direttore Celibidache,
instillando dentro Uli un sia minimo germe di insicurezza, prende potere
sopra il suo strumentista (anche se questo è funzionale al dominio del
direttore sull'orchestra, fatto anche talvolta di piccole angherie,
paradossalmente non è funzionale allo scopo della migliore riuscita
dell'esecuzione). Si noti: noi non possiamo dire se Celibidache lo
faccia apposta; può benissimo darsi che si tratti di una reazione
inconscia. Però, per chi conosca le dinamiche dei volponi che popolano
sia le orchestre che i podii dei direttori, l'episodio è di evidenza
palmare.
Per fortuna Uli, a differenza degli aspiranti direttori d'orchestra, ha
più cojones e non si lascia impressionare. Nella sequenza del concerto
dal vivo continua a suonare bene. Sono sicuro che se provasse lui a
dirigere otterrebbe risultati migliori dei discepoli della master class.
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In diversi passaggi si vede un aspirante direttore sul podio - di solito
martellato da Celibidache che gli impedisce di fare più di poche battute
per volta, mentre la folla degli altri aspiranti batte il tempo
(peraltro con gesti vaghissimi) sul fondo. Questa è follia - come follia
è quella di coloro che studiano dirigendo un disco.
Il punto è: il gesto del direttore d'orchestra è una forma di
comunicazione: se non esiste una necessità di comunicare, se non sto
davvero dirigendo io, se non spetta a me, nel bene e nel male, la
responsabilità finale del risultato, dove sta l'esercizio? Non abbiamo
più direzione, al massimo una forma di movimento ginnico delle braccia.
Osservate come i ragazzi non sembrano nemmeno preoccupati di dirigere
l'orchestra: sono preoccupati di riportare tutto quello che Celibidache
ha detto loro, e dell'impressione che faranno su Celibidache - non
sull'orchestra.
Il coretto degli aspiranti che pseudodirigono è, anche visivamente,
sconcertante e anche diseducativo: la cosa che più disturba un direttore
è di vedere qualcun'altro che batte il tempo, magari anche solo con un
piede. Io sospetto che sarebbe molto più utile, come forma di studio,
trovarsi un coro parrocchiale e dirigere quello. Almeno uno avrebbe
davvero la responsabilità finale dell'esecuzione.
Io non credo nemmeno che il gesto abbia un significato reale al di fuori
della necessità di comunicazione. Celibidache imbottisce gli allievi di
norme sul gesto, ma a mio parere non servono più che tanto. Il gesto è
il tramite fra quello che io sto pensando debba essere l'andamento della
musica, e voi orchestrali che state suonando e, soprattutto nei momenti
dove sono possibili decisioni alternative, volete sapere in che
direzione andare. Ma la maggioranza degli allievi del filmato,
evidentemente, non ha in testa un pensiero musicale ma al massimo un
accatastamento di massime comportamentali. Tieni le braccia così, non
fare cosà , stringiti, etc.
Viceversa, quando dirige lui, è evidente che ha in mente una idea molto
chiara di quello che vorrebbe sentire, e lo richiede all'orchestra
correggendola quando ne devia. Verrebbe da dire: fate come fa
Celibidache (se ne siete capaci, è un volpone con decenni di
esperienza), non fate come vi dice.
Sul podio Celibidache è un poco verboso - è difficile fargli lasciare
l'atteggiamento del guru - ma il Celibidache direttore ha una
concretezza che manca al Celibidache insegnante.
Devo notare anche uno strano fenomeno. Se fate attenzione, Celibidache,
quando parla in tedesco, sembra più concreto di quando parla in
francese. Non so se sia un caso dovuto al montaggio o al materiale
filmato disponibile a chi ha realizzato il video, ma il linguaggio
francese sembra indurre Celibidache a partire per la tangente, mentre il
tedesco lo riporta (sempre relativamente parlando) alla concretezza.
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In testa a questa piccola recensione, ho parlato della profonda
irritazione che provai alla prima visione del filmato. Mi riferisco
specificamente alle sezioni di didattica: secondo me Celibidache è
l'esempio di come *non* dovrebbe essere un insegnante.
Un insegnante è colui che trova le parole adatte per far comprendere
concetti difficili, non colui che veste concetti semplici con parole
complesse per farli sembrare più elevati. Un insegnante deve cercare di
tirare fuori le individualità di un allievo, non cercare di imporre la
propria (ad un tratto Celibidache invita gli allievi a non imitarlo:
peccato che per tutto il resto del film sia lì ad accertarsi che abbiano
memorizzato le formulette dei suoi discorsi come se fossero gli articoli
del catechismo in latino).
Soprattutto io mi sono convinto di un principio che sembra banale ma che
nasconde una verità : la musica si impara solo facendo musica. Una
orchestra o un coro imparano un pezzo a furia di ripeterlo, e a furia di
eseguirlo in concerto si acquista una maturità di interpretazione che le
prove e lo studio da soli non possono assicurare.
Guardate, viceversa, quanto tempo gli allievi di Celibidache passano a
dirigere. E' raro che possano dirigere più di otto battute senza
interruzione, a volte nemmeno due, a volte nemmeno poche note.
Immaginate una lezione di nuoto. Di solito ti buttano in acqua e poco
per volta ti insegnano. Qui, invece, è come se il maestro ti buttasse in
acqua, ti facesse dare due bracciate. Non va bene, esci dall'acqua,
segue spiegazione, ributtati in acqua, altre due bracciate, esci di
nuovo, altra spiegazione (le braccia vanno più vicine), di nuovo in
acqua, due bracciate, di nuovo fuori,etc.
Estenuante.
In queste condizioni la lezione diventa uno show del maestro - e, a tale
scopo, è efficace dal punto di vista del filmato documentario, o di
quello degli osservatori che appaiono molto intrattenuti di quello che
sta succedendo. Ma non concedo all'allievo la possibilità di maturare. E
questo a me sembra il più grande inganno che un maestro possa fare ad un
allievo.