Stamattina, 7 settembre, è tutta una gara a dire che in fondo Pavarotti
non era quella gran cosa che sembrava.
Ecco come siamo ridotti: ieri 6 settembre Big Luciano era Dio, oggi il
contrario....
-------------------------------------------------------------
Stroncatura di Paolo Isotta, il Corriere della Sera:
Vorremmo ricordare il tenore emiliano com'era ai suoi esordi, rimuovendo i
detriti limacciosi accumulatisi con gli anni. Da tenore «di grazia »,
emulo di Tito Schipa, il quale è ovviamente irraggiungibile, cantava nel
«mezzo carattere» dell'Elisir d'amore e della Sonnambula. Possedeva un
timbro delizioso ch'era immagine di giovinezza, fiati lunghi e sani e
quella splendida chiarezza di dizione che non l'ha abbandonato mai. Sotto
quest'ultimo profilo, anche nei periodi meno felici, Pavarotti restava
esempio d'una vecchia scuola italiana gloriosa: quando cantava si capiva
ogni parola. Contemporaneamente praticò con lo stesso successo il
repertorio «lirico»: a esempio, il duca di Mantova del Rigoletto. Lo si
volle accostare a Beniamino Gigli e, ripeto, per bellezza di timbro e
chiara dizione ne era un erede. Ho un prezioso ricordo d'un testimone
oculare quanto autorevole. Interpretava questo ruolo al Massimo di Palermo
sotto la bacchetta del grande e burbero Antonino Votto. Rientrando il
Maestro in camerino dopo la recita, borbottava: «Nunn' è ccosa!». Perché
un direttore di tal calibro era scontento d'un delizioso tenore? Pavarotti
possedeva in radice difetti da definirsi in radice che i pregi della
giovinezza dissimulavano ma non potevano cancellare. Egli era un
analfabeta musicale, nel senso che non aveva mai appreso a leggere la
notazione musicale: le opere doveva impararle a fatica nota per nota con
un tapeur paziente. Questo è ancora il meno. Egli era a-ritmico per
natura, non era possibile inculcargli se non in modo vago la nozione della
durata delle note e dei rapporti di durata.
L'Opera lirica non è il canto del muezzin, è prodotto di accompagnamento
orchestrale e richiede voci che s'accordino fra loro. S'immagini Pavarotti
nel Sestetto della Lucia di Lammermoor... Per avere quest'eccezionale
cantante si doveva passar sopra a molte, a troppe cose, e così si
ricorreva a direttori d'orchestra abili nel «riacchiappare » il tutto
quanto pronti a chiudere tutti e due gli occhi sul rispetto della
partitura musicale. Questo difetto è con gli anni aumentato, giacché
Pavarotti, il suo vero torto, non aveva e non voleva avere coscienza dei
propri limiti. Col crescergli un ego caricaturalmente ipertrofico
diventava sempre più insofferente delle critiche, anche solo degli
avvertimenti affettuosi, come affrontava zone del repertorio che gli erano
precluse dalla natura e dall'arte. Da qui alle adunate oceaniche nei
continenti, cantando egli con amplificazione, alle manifestazioni miste
con artisti leggeri, magari più musicali di lui, alle canzoni napoletane
detestabilmente eseguite, al suo abbigliamento carnevalesco, ai prodigi di
cattivo gusto, è stato tutto un descensus Averni: ogni passo ti tira il
successivo. E pensare che aveva cantato col maestro Karajan.
-----------------------------------------------------
Stroncatura di Francesco Semprini, “La Stampa”
Egocentrico, infantile, pigro, taccagno, grasso, infedele e vanitoso.
Luciano Pavarotti era tutto questo e molto di più secondo Herbert Breslin,
lÂ’ex agente del tenore che ne ha messo a nudo gli aspetti meno conosciuti
in «The King and I». Il libro pubblicato nel 2004 e scritto a quattro mani
con la giornalista Anne Midgette, è «una raccolta senza censure dei
racconti su Pavarotti», anche se per buona parte della critica altro non è
che un compendio di veleni messi in giro dallÂ’ex agente dopo la rottura,
non certo amichevole, del loro rapporto.
Nonostante lÂ’apprezzamento per il suo talento e lÂ’iniziale infatuazione
professionale per il maestro, lÂ’immagine che viene tratteggiata nel libro
ritrae un Pavarotti cinico e difficile: «L’atteggiamento da despota quando
era seduto sul suo trono dietro le quinte dei teatri - racconta Breslin -
i capelli evidentemente tinti di quel nero innaturale, lo schiocco delle
dite per farsi portare la consueta minestrina prima dell’esibizione»,
questo era il tenore che non tutti conoscevano.
Ma sono soprattutto i peccati di gola il tema ricorrente del libro: «Non
era solo una persona a cui piaceva mangiare - afferma lÂ’ex agente -
adorava odorare i cibi, toccarli, prepararli, pensare al momento in cui li
avrebbe degustati. Quando entrava in una stanza la prima cosa che chiedeva
era: "Che cos’è che profuma così tanto?"» Breslin racconta di tutte le
volte che era costretto ad assistere a scene desolanti come quando armato
di cucchiaio il tenore mangiava caviale sino alla nausea.
Pavarotti non era solo un ingordo con lÂ’ossessione del cibo, secondo il
suo ex agente, ma anche una persona con cattivo gusto: «La casa di Modena
assomigliava a un mercatino della Queens Boulevard, riempita in maniera
disordinata di ciondoli e souvenir di scarso valore». Una volta durante
una sosta al Ceasars Palace di Las Vegas si innamorò letteralmente
dellÂ’arredamento della suite, tanto da chiedere al suo agente di
acquistare, mobili, tende e copriletto e spedire tutto a Modena.
«Assomigliava a un grande grumo di sangue», fu il commento di Breslin.
Anche i rapporti umani descrivono un Pavarotti despota, incurante del
rispetto ed egoista: «Le sue amanti diventavano lavapiatti, lavandaie e
cuoche, erano lì solo per servirlo. Viaggiava in prima classe mentre la
sua donna era costretta in classe economica, ed era nota la sua
presunzione nel sapere tutto non solo di musica ma anche di dentisti,
farmacologia e prostata».
La relazione professionale iniziata nel 1967, era basata sulla reciproca
stima professionale e umana sino a quando nell’agente è maturata la
consapevolezza che «lavorare per un artista (come lui) era come scontare
l’ergastolo ad Alcatraz». «Gli ho fatto conoscere il successo e nonostante
questo è rimasto un ingrato egoista».
2 – IL RACCONTO INCENSURATO DELL'ASCESA DI BIG LUCIANO ALLA FAMA - PER
CHIAMARE I SUOI COLLABORATORI USAVA L'APPELLATIVO «STUPIDO» DEFINIVA LA
SUA ATTUALE MOGLIE NICOLETTA «LA FAVORITA NEL MIO HAREM»
Paolo Mastrolilli per La Stampa (articolo del 5 agosto 2004)
Quando finisce un amore, o un'amicizia, è sempre penoso raccogliere i
cocci. Lo dimostra l'autobiografia di Herbert Breslin, l'agente di Luciano
Pavarotti per 36 anni, che uscirà ad ottobre facendo a pezzi il mondo
dell'opera.
Il libro, scritto con il critico del New York Times Anne Midgette, si
intitola «The King and I: The Uncensored Tale of Luciano Pavarotti's Rise
to Fame by His Manager, Friend and Sometime Adversary», ossia «Il re ed
io: il racconto incensurato dell'ascesa di Luciano Pavarotti alla fama,
scritto dal suo manager, amico e a volte avversario». Il Washington Post
ha ottenuto una copia di contrabbando, e le anticipazioni non deludono le
aspettative di una rissa letteraria.
Breslin descrive il grande tenore come un ragazzino petulante, che
pretendeva di essere accompagnato dal dentista anche quando lo studio
medico stava ad una strada da casa sua. Temeva il cibo cinese, e quindi
durante una visita nel «Regno di mezzo» si portò dietro un intero
ristorante per sfamarlo. Per chiamare i suoi collaboratori usava
l'appellativo confidenziale «stupido», e definiva Nicoletta Mantovani, sua
attuale moglie e madre della figlia Alice, «la favorita nel mio harem».
Secondo l'agente, «Pavarotti deve aver guadagnato e perso più di 2.500
chili nell'arco della nostra collaborazione», cioè dal 1967 fino a due
anni fa. Era così attento al decoro, che nello sfortunato debutto sullo
scherno con la commedia «Yes, Giorgio», «non voleva fare nulla che
permettesse alla gente di ridere di lui. Visto che era il protagonista di
uno spettacolo comico, questo divenne subito un problema piuttosto serio».
Secondo Breslin, quando nel 1967 aveva conosciuto Pavarotti, il tenore era
già un cantante eccezionale. Però non sapeva stare sul palco, era
sconosciuto fuori dal mondo dell'opera, ed era così ingenuo da non
riuscirsi a muovere nel feroce business della musica. Lui, l'agente, si
era assunto volentieri il compito di «guidarlo», facendo salire i suoi
compensi da 5.000 dollari a sera fino ad un milione, ad esempio per i
famosi concerti dei «Tre tenori». Lo aveva reso popolare oltre i confini
abituali dell'opera, portandolo dai concerti al Madison Square Garden fino
agli spettacoli televisivi come «The Tonight Show», e agli spot
pubblicitari per l'American Express. Soldi e fama come non si erano mai
visti prima in questo mondo.
Breslin ha «guidato» anche Placido Domingo, le soprano Elisabeth
Schwarzkopf e Joan Sutherland, Marilyn Horne, Itzhak Perlman, Leonard
Slatkin, Georg Solti, e non è tenero con nessuno. Domingo, per esempio,
«si sogna di essere Pavarotti: non ha mai avuto una voce come lui». La
Schwarzkopf fuori dal palco sembra «una donna delle pulizie», mentre la
Sutherland era «narcotizzante, se dovevi parlare con lei».
Il suo bersaglio preferito, però, resta Pavarotti, anche se Breslin ha
definito il suo libro «la storia di una ragazzo molto bello, semplice,
amorevole, che è diventato una superstar molto determinata, aggressiva e
in qualche modo infelice». Eppure Luciano, almeno per ora, non ha reagito
con cause o attacchi violenti. Anzi, ha concesso un'intervista esclusiva
alla Midgette che conclude il libro, nella quale si spertica in elogi e
dichiarazioni di affetto per l'ex agente.
Forse lo ha fatto perché é davvero grato a Breslin. Oppure perché
l'agente, pur dando massimo sfogo alla sua presunzione, ha ammesso la
verità artistica delle cose: «Nessuno conosce la musica classica meglio
me. Volete la prova? Ho guidato la carriera di Pavarotti, la più grande
nella musica classica per 36 anni. Io ho aiutato a creare Luciano
Pavarotti. Però non potrei costruirne un altro. Ci vuole un Pavarotti, per
fare un Pavarotti. E non ce n'é un altro in arrivo».
3 - IL DIETOLOGO: UN PAZIENTE IMPOSSIBILEÂ…
Maria Volpe per il “Corriere della Sera”
Dietologo, medico personale, grande amico. Questo era il professor Andrea
Strata per Pavarotti. «Nel '74, Luciano andò da mia moglie, pure lei
dietologa — racconta — poi dopo una decina d'anni è tornato. E abbiamo
ripreso il discorso. Nell'86 siamo riusciti a farlo calare di 30 chili.
Poi, tra alti e bassi...». Un «paziente difficile» che amava tanto
mangiare «lasagne, tagliatelle, tortellini», amava il lambrusco e
detestava fare ginnastica, «anche se faceva un po' di tapis roulant e
accettava qualche lezione dal fisioterapista». Certo il tenore voleva fare
di testa sua.
«Spesso si faceva lui le diagnosi — racconta ancora Strata — e bisognava
confermargliele... Aveva un'abilità diabolica nel dominare il suo fisico,
nel riconoscere ogni malanno, e prendeva medicine di sua iniziativa». Ma
al di là di tutto, la loro era una grande amicizia. «Una sera mi chiamò,
mi disse che aveva avuto una discussione con la moglie Adua, se potevo
ospitarlo a dormire. Disse: "Se vado in albergo, domani lo sanno tutti".
Lo ospitai ben felice e quella rimase la sua stanza per dieci anni. Quando
tornava dai viaggi dormiva qui».
-----------------------------
--
questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad abuse@newsland.it