Ier sera ho assistito al "Ritorno di Don Calandrino" di Cimarosa
nell'esecuzione dell'Orch. Cherubini diretta da Muti e dai giovani
cantanti Laura Giordano, Monica Tarone Francesco Marsiglia Francisco
Gatell Marco Vinco e con la partecipazione di mimi e acrobati, in una
realizzazione del Festival di Pentecoste di Salisburgo, in
coproduzione con i Teatri di Ravenna e Piacenza, per la regia di
Ruggero Cappuccio.
La sera prima dopo la generale aperta sia ai soci delle associazioni
musicofile pisane e ad alcune scuole (mio figlio Alessio s'e' visto la
generale e pel gran rifiuto dei fratelli anche la rappresentazione),
Muti ha ricevuto il Campanile d'oro offerto dagli Amici della Lirica,
una rosa da una delle sue piu' avvenenti e giovani ammiratrici (cui
egli ha dedicato un paio di schioccanti baci sulle gote, complimenti e
qualche minuto in piu' rispetto ai consueti interrupt ricevuti nella
serata, nonche' un cd con la registrazione del concerto della sua
prima volta a Pisa il 14.11.1978, da parte del vostro umile cronista).
La serata ha bissato, come partecipazione di pubblico, quella di
Abbado di alcuni mesi fa. In effetti con i prezzi dei biglietti non
era proprio una serata per soli esperti dell'opera settecentesca.
Muti ha gia' precedenti con quest'opera (esiste negli ambienti
undeground della Lirica, una performance tenuta a Lisbona, per
esempio), ma credo, da quello che traspariva fra le righe del
discorsetto fatto alla consegna del premio, che gli interessava da un
lato proporre un'opera della Scuola Napoletana e anche evidenziare
come il buon Mozart ne avesse respirato e assorbito l'essenza, durante
il givanile viaggio attraverso la Penisola: Nel finale del primo atto
c'e' un momento magico che riporta alle atmosfere del Cosi' fan tutte,
scritta 16 anni dopo il Calandrino.
Personalmente ho apprezzato piu' il primo che l second'atto (l'opera
vera e propria dura un paio d'ore abbondanti), con momenti veramente
interessanti anche in alcune arie (una del tenore e una di Livietta),
oltre alla citata scena. Dato che e' stata usata la struttura scenica
originale, i cantanti erano un po' arretrati, per cui a volte le
parole erano un po' soverchiate dall'orchestra sempre comunque
contenuta nelle sonorita', e cosi' siperdeva qua e la' il gioco con le
parole in italiano, napoletano e francese, con qualche cenno di latino
(Calandrino era la satira dei dottori laureati ma che sparano cavolate
con la facilita' con cui bevono il buon vino).
L'orchestra Cherubini, tutta di giovani, mi sembra un'ottima
orchestra, degli archi omogenei e morbidi, senza sbavature nelle
figure veloci, anche se alla fine di ogni atto Muti aveva l'apparenza
di non essere completamente soddisfatto della resa.
Fra i cantanti il maggior successo e' stato raccolto dal basso Marco
Vinco (figlio d'arte?), mentre a Francisco Gatell con una voce molto
simile a quella di Araiza il pubblico ha mostrato comunque di aver
perdonato alcune sbavature alla prima aria e durante il second'atto,
ma comunque dimostrando meno entusiamo che per Vinco. Brave le due
soprano, (non ho capito perche' il pubblico non le abbia premiate di
piu', ma de gustibus...) e di buon pregio, ma con una parte,
antesignana di un Figaro, ma ancora non ben tratteggiata come faranno
poi Da Ponte per Mozart e Sterbini per Rossini, per cui ha fatto
secondo me minor figura proprio per il personaggio che per suo
difetto.
Le coreografie erano affidate a un gruppo di circensi veri che o in
scena o come sfondo si son dovuti dare da fare per tutto il tempo
(magari nel second'atto distraevano un po', nella scena del litigio
che poi rivela l'amore tra Calandrino e Livietta. Regia buona, lo
stesso per le scene e i costumi.
Quando ho commentato l'opera alla conclusione con la stessa fan della
rosa rossa, abbiamo convenuto che e' stata una buona rappresentazione
(per Pisa sopra la media) ma che mancava un quid. Io stavo per
lanciarmi ovviamente a dire qualcosa sul fatto che forse mancava il
trasmettere una voglia divertirsi da parte del direttore, ma
ovviamente sono stato fulminato e incenerito. Pero' ora qui lei non
c'e' e lo ridico. L'opera e' una opera buffa e vuole e deve suscitare
(elegantemente) ilarita': il pubblico ha sorriso in alcuni momenti
proprio sul testo e sui giochi di parole, oltre ad alcune trovate
comiche. Ma mancava un po' dal lato musicale la voglia di far ridere
laddove si poteva (specie i recitativi, accompagnati quasi in stile
cartone animato, e, data la posizione infelice della cembalista, anche
mancando talora in sincronia tra sottolineatura e gesto comico).
Diverse le chiamate e applausi per oltre dieci minuti.
dal vostro inviato a Pisa
Ezio